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Urlo: recensione meta beta

Storia del lato ovest

Rapidamente messa alle strette dai suoi stessi codici e dal suo innegabile successo, la saga Grido avrebbe potuto beneficiare di un passaggio di consegne. Kevin Williamson, suo padre, lasciò il posto a Guy Busick e James Vanderbilt (capaci del peggio oltre che del meglio), mentre Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, membri di Radio Silence, ebbero il difficile compito di succedere a Wes Craven. Una scelta sensatail duo proveniente da un cinema horror pieno di risorse, appassionato e umile (due buoni sketch per antologie Diretto a sud e V/H/Sil simpatico Matrimonio da incubo), che ha fatto sperare in un approccio rinfrescante.

Senza contare il rispetto quasi religioso del quartetto chi presume di inserirlo saggiamente nel franchise. Grido la nuova generazione è davvero uno Scream 5, anche se scherza regolarmente sulla moda dei riavvii selettivi à la Halloween, alla quale afferma di contribuire. La formula non differisce da quella degli altri sequel: si tratta di cogliere un modello molto codificato del terribile cinema americano del momento e di sottolinearne le primavere mettendole in scena, grazie a una nuova fascia di personaggi, oltre a il cast originale, molto meglio integrato che in Urla 4.

Le ragazze sono tornate in città

Gli accenni a questi “legacyquel”, terribile neologismo usato dai protagonisti per descrivere le caute resurrezioni delle recenti licenze, servono tanto alla consueta meta-farsa quanto a pretesto per tuffarsi nell’atmosfera di Grido. La febbre degli autori del film si fa sentire costantemente, quando ritornano ai vecchi ruoli passati e fanno citare i nuovi interi brani dell’originale, Nel bene e nel male.

Queste grandi dichiarazioni d’amore divertono quando aggiungono una profondità di ambientazione nell’abisso a una delle idee del primo film, infastidiscono quando imitano, con la scusa di un goffo cinismo, le sue scene migliori. Come non pensare all’inaugurazione, di gran lunga il meno fantasioso del franchise, chi riproduce il brano cult del suo primogenito senza mai replicare la tensione, convinto che basterà un aggiornamento del nome in calo (i titoli citati durante la sequenza) per renderlo originale?

Urlo: foto, Jenna OrtegaWikipedia vs. Faccia da fantasma

L’urlo dell’urlo

L’omaggio è dunque diseguale, grossolano, un po’ opportunistico, ma con innegabile sincerità. Il duo di registi e il loro collaboratore abituale, il direttore della fotografia Brett Jutkiewicz, manipolano la loro immagine digitale per darle un aspetto molto anni ’90 e prestano molta attenzione a ciò che rende la saga così affascinante, in particolare l’aspetto giallo. E ‘sempre un piacere contemplare questa parte assurda del lupo mannaro drogato con gli ormonimolto più intelligente quando distilla false piste rispetto ad alcuni dei suoi predecessori.

Anche quando iniettano un po’ della loro personalità in questa prevedibile camicia di forza, i realizzatori sono completamente devoti al loro modello. Sotto la loro guida, la messa in scena molto funzionale di Craven è finalmente un po’ maltrattata. I tipi di fotogrammi non cambiano, ma la fotocamera vola più regolarmente per aderire alle code dei suoi personaggi, in inquadrature molto più lunghe. Un processo che il cinema horror molto contemporaneo ama, ma che qui viene utilizzato solo per giocare su cliché popolari negli anni ’90, come i jumpscare dietro le porte.

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Urla: foto“Avresti due minuti per parlare di nostro signore Wes Craven?”

Le rare realizzazioni audaci mirano meno a rivoluzionare Grido solo per migliorarne la formula, per dargli finalmente un leggero senso di bavaglio visivo, senza mai discostarsi dalla sua carta tecnica ed estetica. Così come i pochi omicidi (L’assassino è quasi meno intraprendente del solito) sono piuttosto brutali, non nell’ottica di trasformare l’universo, ma per porsi sulla scia del 4° opus, meno handicappati dai limiti del gore in CGI.

Pieno fino allo sfinimento, specificazioni obbligate, spinte e scherni intertestuali, il lungometraggio non rivendica il titolo di grande commentatore del suo tempo, vanità che gli pendeva dal naso, e preferisce reinvestire la sua ironia, i suoi codici e i suoi aggiornamenti formali nel muffa Grido. Il che lo rende, come i suoi predecessori, uno slasher dolcemente divertente, leggermente provocatorio, ma completamente innocuoma anche una critica piuttosto aneddotica alla cultura popolare del suo tempo.

Urlo: foto, Melissa BarreraMelissa Barrera, con un arco narrativo poco sfruttato

Meta-passamontagna

Meglio quindi cercare un piccolo spettacolo coscienzioso, pensato da e per gli amanti del genere, piuttosto che pensare abile al settore. Sconfitto a lungo sul proprio terreno, usa la citazione e la mise en abyme con leggerezza. Quando un personaggio confessa la sua passione per il famoso “orrore elevato”non innesca uno di questi dibattiti sulla stupidità di questo nome, ma crea un divario con l’ingenua ultraviolenza degli slasher degli anni ’90, senza non far sorridere gli intenditori.

Infatti, i famosi codici del “requel” (altra parola molto brutta), dettati da un nerd anche meno utile dei precedenti, fanno quasi da filo conduttore. Grido non ha molto da dire se non quello GridoE ‘davvero divertentealmeno fino a un epilogo (che ovviamente non verrà svelato qui, non preoccupatevi), come vuole la tradizione sia inverosimile, difficile da credere e rivelatore di una tendenza sociale, martellato a casa con grandi discorsi trionfanti in fanfara.

Urla: fotoUn’icona sbiadita

A differenza della torsione di Urla 4decisamente reazionario e francamente fuori luogo, questo è abbastanza preciso, anche se si avvicina a contraddire il classico di Wes Craven. Classico che rimarrà forse l’unico opus a deviare la bellezza che si nasconde nell’artificiosità dello slasher e più in generale dell’horror, poiché questo sequel, come gli altri, salvo poche scene, si accontenta di aggirare dolcemente i suoi cliché, per perpetrare il suo possedere.

I codici, gli archetipi, i personaggi spesso amabili della saga (Jack Quaid e colleghi stanno bene) rimarranno sempre efficaci, purché nelle mani di registi e sceneggiatori capaci. Tuttavia, non saranno mai abbastanza per tirarlo fuori dalla scatola dell’intrattenimento ultra traballante e un po’ vanitoso, particolarmente adatto alle serate di DVD con birra calda. Grido 2.0 ci ricorda che amiamo Grido. Grido ci ha ricordato che amiamo i film horror. E stiamo ancora cercando questa dolce benevolenza.

Urlo: poster francese

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