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troppe critiche a Wes Anderson

La decima meraviglia del cinema

Voce fuori campo del narratore, fondale retrò, inquadrature statiche, perfetta simmetria, movimenti laterali e verticali con la macchina da presa, modelle, tinte gialle e altri colori pastello, tutto questo in meno di due minuti… Senza dubbio, Wes Anderson è tornato, e soprattutto in ottima forma. Con il suo decimo film, La spedizione franceseil regista ha completamente lasciato andare, i suoi lavori precedenti (che non deprezziamo per tutto questo) appaiono quasi trattenuti al confronto.

Ma oltre a condensare tutti gli espedienti estetici del suo cinema in un unico lungometraggio, il regista li ha esaltati tutti in un approccio duro che suscita ammirazione. Wes Anderson gioca il più possibile con la plastica del suo film, offrendo uno spettacolo visivo sublime, ma soprattutto idee per una messa in scena e una direzione artistica più fantasiose e ambiziose tra loro (teatro filmato, passaggi in bianco e nero, sequenza animata, finte presentazioni). Difficile distogliere lo sguardo da questo nuovo gioiello, sempre più puntiglioso, eccentrico e sorprendente.

Fare qualcosa di bello dal brutto, un altro superpotere di Wes Anderson

Il regista ha anche esacerbato il suo approccio molto letterario al cinema, sia con la presenza di libri, pagine di giornali o qualsiasi forma di scrittura visibile sullo schermo, il suo nuovo immaginario mondo in miniatura di Ennui-sur-Blasé disegnato sul modello di Parigi o anche il suo scenario segmentato, le cui diverse parti sono ancora esplicitamente annunciate.

La suddivisione della storia non è, tuttavia, modellata sui capitoli dei romanzi, ma su l’idea di un giornale che sfogliamo per soffermarci su determinate sezioni : viaggio (passeggiata negli angoli malsani della città), arte (il ritratto di uno psicopatico e genio del pennello), politica (rivisitazione del maggio 68), gastronomia (una cena che si trasforma in indagine di polizia) e necrologio.

La spedizione francese è quindi strutturato intorno a tre racconti antologici, ognuno dei quali illustra gli articoli dei redattori stellari dell’omonima gazzetta ispirata al Newyorkese, spingendo ancora oltre il concetto di mise en abyme che attraversa la filmografia di Anderson. Troppo lontano, forse. Le lunghe filippiche, le divagazioni dei narratori, le precisazioni scritte, le contestualizzazioni e altre verbosità pompose, fanno facilmente perdere la sequenza degli eventimentre il filo conduttore del film – la morte del fondatore e direttore del giornale – ha in definitiva poca o nessuna importanza in questo mosaico denso e confuso.

Foto Bill MurrayBill Murray, fedele al posto

MALATTIA D’AMORE

Anche se il suo nuovo film affronta qua e là i temi che gli sono cari – l’amore, l’amicizia, la famiglia, l’autorealizzazione – il film è gravemente privo di calore e di anima. Sia con Rushmore, La famiglia Tenenbaum, vita acquatica, Regno del sorgere della luna o Il Grand Hotel Budapest, l’estetica sofisticata e manierata del cineasta è sempre stata accompagnata da una sensibilità e una certa tenerezza per controbilanciare la performance apatica degli attori, il comportamento più distaccato dei personaggi e la struttura rigida della sceneggiatura.

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Troviamo i codici della commedia stridula e burlesca di Anderson: risposte acide, un commento sociale più leggero e beffardo dell’umorismo nero e politico, un tono insolito e situazioni da cartone animato. D’altra parte, lo scenario gli dedica troppo poco tempo personaggi diversi, quasi tutti aneddoticiper renderli interessanti o per attirare la nostra empatia e simpatia, per quanto talentuoso il cast.

Foto Timothée Chalamet, Lyna KhoudriLa loro relazione meritava chiaramente più attenzione e tempo

Le poche dimostrazioni di emotività sono anche troppo brevi e puntuali per creare un’atmosfera o per far emergere qualsiasi argomento sostanziale. Comprendiamo la lettera d’amore al cinema francese e al giornalismo old school, la cui morte è simboleggiata da quella del caporedattore e dal numero d’addio del giornale, ma anche il tributo è troppo freddo e meccanicopreferendo allineare i riferimenti intellettuali piuttosto che farci sentire la nostalgia che voleva liberare.

Persino peggio, La spedizione francese appare come la prova che l’universo cinematografico che Wes Anderson ha plasmato si ripiega su se stesso più di quanto non si espanda, come se questi nuovi personaggi e quelli di altri lungometraggi fossero intercambiabili. Per soffermarci sull’antologia più diseguale delle tre, Lucinda Krementz di Frances McDormand – nonostante tutto molto ben interpretata – finisce per essere una brutta copia dell’Eleanor Zissou interpretata da Anjelica Huston, lo stesso per Zeffirelli di Timothée Chalamet in cui possiamo riconoscere Jason Max Fisher di Schwartzman.

Foto Elisabeth Moss, Owen Wilson, Tilda Swinton, Fisher Stevens, Griffin DunneInsensibilità

Sorge allora questa spiacevole domanda: Wes Anderson ha appena raggiunto la vetta, e quindi i limiti della sua arte? Una cosa è certa, La spedizione francese non deve conciliare il regista con i suoi detrattori, ma deve accontentare facilmente chi è venuto soprattutto a prendersela. Sperando che il suo prossimo film, Città degli asteroidiriscoprirà la delicatezza ei buoni sentimenti che anche (e soprattutto?) hanno contribuito alla bellezza del suo cinema.

manifesto francese

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