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recensione di un pettirosso che manda legna

principe dei ladri

Assistente alla regia, in particolare sul famoso Il mio nome è KhanKaran Malhotra era stato promosso a capo del tanto apprezzato (e purtroppo inedito tra noi) Agneepata, un remake dell’omonimo film interpretato da Hrithik Roshan e Priyanka Chopra Jonas. Un inizio che si riversa subito nel grande spettacolo popolare, senza passare per il modesto box di produzione, e premiato con un vero successo. Nel 2015 ha assunto molte più referenze americane in Fratelliun dramma MMA molto classico, ufficialmente ispirato a Guerrieroufficiosamente da roccioso e consorti.

Il suo terzo lungometraggio, di gran lunga il più ambizioso con un budget di oltre 150 crore di rupie (circa 19 milioni di dollari) secondo Affari Oggi, intende conciliare i due approcci. All’interno di una trama a metà tra l’immaginario e la storia locale, inserisce motivi narrativi e visivi a cui i nostri occhi occidentali si legano istantaneamente Robin Hoodpoi, verso la fine, allo yankee occidentale.

Una padronanza dell’ascia che avremmo voluto vedere maggiormente sfruttata

La star hindi Ranbir Kapoor interpreta il titolo Shamshera, leader della tribù Khameran in esilio, che accetta un patto con l’Impero britannico attraverso il perfido Daroga Shuddh Singh. Ovviamente è una trappola e la sua gente è ridotta in schiavitù in una fortezza. Quando cerca di trovare una via di fuga, gli sparano. 25 anni dopo, suo figlio-che-gli-somiglia-molto-è destinato a una carriera inaspettata come ufficiale, senza sospettare chedovrà infatti subentrare a suo padre e raccogliere la somma astronomica richiesta dall’oppressore in cambio della liberazione della tribù.

Un postulato di cui intuiamo subito i dettagli, con una storia iniziatica nella prima parte e un’epica riconquista nella seconda, come vuole la tradizione. Una ricetta classica, un po’ troppo anche secondo alcuni stampa e molti spettatori, non sempre tenera con questo kolossal che vorrebbe essere estremamente spettacolare.

Shamsera: immaginepettirosso che si diverte

Li capiamo. Sebbene si rifiuti di concedere tutto all’azione e rivendichi un approccio politico vendicativo, Shamsera abbandona la maggior parte della sua audacia narrativa durante il film finalmente recuperare il ritardo con la camicia di forza del blockbuster programmatico.

La critica di fondo al sistema delle caste, veicolata dalla natura stessa del disprezzo mostrato dagli inglesi, ma anche dagli indiani, a questa comunità, viene inghiottita dal gioco a ruota libera del big bad, fino a un gioco di prestigio – narrativa semplicistica passaggio che logicamente ha fatto rabbrividire alcuni denti. Così come il personaggio di Sona, incarnato da Vaani Kapoor, vetrina carnale che prende sotto il naso e la barba di coloro che afferma di intrattenere, la mano sulla sua volontà politica, in particolare durante una lotta inventiva al termine della quale estrae dal decoro di cui faceva parte, perdendo gradualmente interesse.

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Shamshera: foto, Vaani Kapoor“Sei sicuro che sia brava?”

C’era una rivoluzione

Idee messe da parte per accendere meglio la vena epica del film, che scivola via via verso il western man mano che i suoi personaggi si appropriano delle ricchezze dei loro aguzzini, fino a un climax che cita direttamente il genere. Poco prima dello scontro finale, la migliore scena d’azione si diverte a dirottare uno dei suoi archetipi più famosi, grazie a due sequenze di scatti tanto intelligenti quanto esaltanti e una svolta alle regole della fisica non irritata dai maggiolini.

Anche se l’ultimo atto, che inciampa nella sua stessa pesantezza di scrittura, delude al confronto, il tutto è quindi attraversato da alcune sequenze d’azione ben coreografate e soprattutto messo in scena con un pizzico di megalomania (si pensi a questo “lotta” filmato da un susseguirsi di frenetiche carrellate circolari), nonché momenti di improbabile coraggio, come questa caduta non proprio necessaria, ma sufficientemente pesante nel simbolismo da giustificare il suo posto nella storia.

Shamsera: immagineNon Sanjay

Più aneddotico della sua allettante pretesa dei primi minuti, in qualche modo limitato dal suo stesso universo, bloccato tra pura fantasia e favola politica, Shamsera tuttavia tenta goffamente di intrattenere continuamente. E fa affidamento tanto sulle movimentate disavventure del suo eroe quanto sulla sua atmosfera musicale, onnipresente, anche a volte un po’ ridondante, in particolare a causa di questo tema principale ripetuto fino alla nausea. Chiunque cerchi uno spettacolo onesto, costellato di combattimenti e numeri musicali che vanno dal riempitivo alla dimostrazione di inventiva (l’introduzione dell’eroe, eccellente), troverà quello che sta cercando.

In realtà è come se il film decidesse di prendere quella direzione lungo la strada., abbandonando le sue promesse per giurare fedeltà al semplice intrattenimento, come il suo antagonista, accampato dal famoso Sanjay Dutt, che aveva inoltre – tieniti forte – se stesso incarnato da Ranbir Kapoor nel suo film biografico! Quello in cui abbiamo rivisto di recente KGF: Capitolo 2, completamente deragliato per metà del film, tanto da incarnare da solo tutti i punti di forza e di debolezza dell’insieme: interessante per il suo stato ambiguo all’inizio, si trasforma rapidamente in un cattivo di un’operetta abbastanza gustosa . E a volte, devi sapere come essere soddisfatto.

Shamsera: poster ufficiale

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