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recensione di un Fight Club giapponese di rabbia e grazia

COLPISCI LA STRADA

Il crepitio di una chitarra elettrica… fin dai primi secondi, Bambini di distruzione si rivela una creatura curiosa, sul punto di ruggire, ma già ferita. Poi alzati le prime sequenze, che arpionano lo spettatore per quanto lo sconcertano. Un giovane è alla ricerca di una rissa, nel senso più letterale della parola.

Progrede, da individuo a individuo, da gruppo a gruppo, dalle scaramucce ai combattimenti. I pugni piovono, secchi, diretti. La macchina fotografica di Tetsuya Mariko, vivace e mobile, cattura una forma di immediatezza e un’incarnazione del Giappone che progressivamente affascina.

Chi vuole combattere?

Taira è orfana, originaria del piccolo porto di Mitsuhama, e non appena la storia ha inizio, vive solo per incontrare, provocare e condividere la violenza, mentre il fratello è preoccupato per il suo destino e cerca di ripercorrere il suo viaggio sotto forma di sentiero sanguinante. Questo è un punto di partenza che potrebbe evocare a club di combattimento giapponesema di cui sembra ovvio, appena verranno stampati i primi fotogrammi sulle nostre retine, che la destinazione sarà ben diversa.

Innanzitutto perché Mariko, se prima registra la violenza, non ne fa mai un oggetto di civetteria cinematografica. Coglie l’energia inestinguibile del suo protagonista con una semplicità disarmante, tanto l’evidente elettricità che emana da lui contamina questo ritaglio fluttuante, ma mai incerto. La brutalità, se non viene mai attenuata in tutta la sua viscerale, assume gradualmente una dimensione, se non comica, quanto meno grottesca, grand-guignolesca.

Destruction Babies: foto, Nijiro MurakamiInspira profondamente

PERSO NELLA DISTRUZIONE

E quando emergono simultaneamente le ragioni di questa voglia di confronto, e le conseguenze che hanno su chi è vicino a Taira, emerge una drammaturgia diversa, quasi fuori dal tempo. Gli anni ’90 e l’alba degli anni 2000 avranno visto, in particolare guidato da Takeshi Kitano, poi per breve tempo rilevato da persone arrabbiate come Kitamura, una rinnovata curiosità per le produzioni giapponesi. Un appetito che si sarà via via diffuso verso le creazioni hongkonghesi e poi coreane, come e quando brillanti scoperte dei loro registi domestici. Il duo cinematografico in uscita in questi giorni è un invito all’ordine e un ritorno alle origini.

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Se Bambini di distruzione Già risalente al 2016, testimonia comunque la vivacità dell’industria giapponese, e soprattutto la singolarità del punto di vista del suo autore. Se le opere di Ozu, Mizoguchi e Kurosawa si sono più volte avventurate oltre Tokyo, negli ultimi decenni la capitale giapponese è sembrata concentrare sia l’attenzione che i motivi. Iniziando la sua storia nel sud più rurale dell’arcipelago, Bambini di distruzione irrompe in un solo gesto le rappresentazioni, ma anche i codici che le univano.

Destruction Babies: foto, Nijiro MurakamiPosizione di sicurezza brutale

Potremmo accontentarci della follia del film. È potente, è manifesto, contamina i personaggi così come lo spirito dello spettatore. Scoppia una rabbia, rutti, che l’immagine ci vomita potentemente in faccia. Tuttavia, queste testate successive non si formano un assemblaggio brutalista di trasgressioni. È davvero una malinconia infinita quella che emerge dal film.

Una malinconia che trasuda, ma non soffoca la vibrazione del tutto. Anche se il regista non tralascia mai una forma di realismo a volte soffocante, la storia abbraccia anche, nel suo ultimo movimento, una vena più surreale. Come se, dopo aver accertato che in un Giappone che non conoscevamo più, dormisse una rabbia che non conoscevamo, Bambini di distruzione ci ha offerto uno slancio poetico, a metà strada tra il film di zombi, l’horror infetto e il puro gesto allegorico. Una corsa rabbiosa, una piccola guida alla rivolta e un’autopsia di sogni infranti, il lungometraggio che ci arriva oggi colpisce lo stomaco.

Bambini di distruzione: foto

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