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recensione del ritorno di Shyamalan (o meno)

GRANDE KEVIN

Mentre i suoi rimorchi hanno martellato a casa, Diviso si basa su un effetto speciale travolgente, un infuriato James McAvoy nei panni di Kevin, vittima della dissociazione dell’identità – quello che gli sceneggiatori di una volta chiamavano un po’ rudemente uno schizofrenico – e questo è uno dei suoi grandi successi. Seguiamo con vero piacere la straordinaria lezione di istrionismo data contemporaneamente dal personaggio e dall’attore mentre l’inquietante Kevin rapisce tre giovani ragazze, destinate a nutrire fisicamente e simbolicamente una nuova personalità che sta per emergere.

Va notato di passaggio che Anya Taylor-Joy conferma, dopo La strega, tutto il bene che potevamo pensare a lei. Nonostante un ruolo sottoscritto e terribilmente semplice, impone sullo schermo una forma ferocemente cinegenica di contenzione magnetica, proprio quella che ha già innervosito il film di Robert Eggers. Trovarla così dopo l’abominevole Morgana è una delizia.

James McAvoy

COSA NON MI UCCIDE…

L’altra grande soddisfazione fornita da Diviso, è l’innegabile ritorno alla forma di Shyamalan. Dimentica le strisce di vergogna che l’hanno attraversato Fenomeni e il suo mostro vegetale, la megalomania sciropposa di La fanciulla dell’acqual’incredibile morbidezza didopo la fine del mondo o l’estetica mongolo-craignos di Ultimo dominatore dell’ariail regista ha tirato fuori le dita correttamente.

Diviso è pieno di scene perfettamente tagliate (il rapimento delle eroine, un vero e proprio trattato sulla collocazione della macchina da presa), e riesce spesso a rivitalizzare intere sezioni della sua storia, minacciato dalla pigrizia a volte struggente della sceneggiatura, dalla semplice grazia del montaggio o dalle dinamiche interne delle sue immagini (ricorderete a lungo la coreografia di Edvige).

Foto Anya Taylor-JoyGià una grande attrice

… MI RENDE MENO FORTE

Sfortunatamente, il risveglio di Shyamalan lo è lungi dall’essere un successo totale. La colpa di uno scenario la cui classicità stupisce quasi quanto la sua pretesa. La storia trascorre il suo tempo giocando in modo intelligente, sussurrandolo all’orecchio dello spettatorece ne sono alcuni a Spalato e che vedrà ciò che vedrà. Tuttavia, sarà difficile trovare un briciolo di originalità in questa narrazione in definitiva molto condivisa, il cui svolgersi segue una cornice già utilizzata molte volte.

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Di conseguenza, finendo, dopo due ore di invettive, con un pietoso “ciò che non ti uccide ti rende più forte”, declamato da basta un James McAvoy in piena estasi prostatica per infastidire il cinefilo a cui era stato promesso l’ultimo thriller psicopatico. A fortiori quando il protagonista del film ci offre solouna gamma di tre o quattro personalitàdove ci viene detto che il suo cervello ne ospita più di venti, come se il film, sotto la sua aria di presunta malizia, soffrisse di un brutto capello alla mano.

Foto James McAvoyRi-James McAvoy

L’altra grande delusione del film viene dal suo ultimo “colpo di scena”, di cui non diremo nulla, se non che pone evidenti problemi di significato e posizionamento. Se potrà entusiasmare i fan più accaniti del cineasta, che qui offre loro la promessa di un ritorno alle fonti, questa capriola narrativa ha soprattutto aria di sollecitazione cinematografica direttamente ispirata alla ricetta Marvel, ovvero la negazione di ciò che Shyamalan inizialmente proposto. Infine, la sua conclusione ha l’effetto dannoso di trasformare un Diviso insignificante ma efficace in un lungo trailer, completando così questa grande rimonta un giro corto.

manifesto francese

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