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recensione del film più cruento dell’anno

Ritmo mortuario

La formula è usata indiscriminatamente, ma qui è formulata dallo stesso regista Robert Jabbaz: La tristezza è un gigantesco ottovolante, un’attrazione clamorosa dalla quale non ne usciamo indenni. A proposito di rotaie, una mutazione a sorpresa del “virus Alvin”, una traccia del Covid che governa le nostre vite, che disinibisce la popolazione taiwanese a orde intere, stimolandone la propensione alla violenza di ogni tipo. Come passeggeri, una giovane coppia tra tante altre, che litiga per la loro vacanza. Quando tutto andrà in pezzi, Kat e Jim faranno di tutto per stare insieme.

Ispirato al remake diEvil Dead (per generosità gore), produzioni di Categoria III di Hong Kong degli anni ’90 (per trasgressione morale) e fumetti Attraversato (per il concetto), il film deve la sua fama sulfurea soprattutto alla gestione del ritmo. Il contesto pandemico funge da pretesto, il canadese esiliato a Taiwan organizza le sue scene di carneficina con raro rigore, aumentandone così l’impatto a intervalli regolari.

Un lunedì nel 15° arrondissement

Giocando con drammatica ironia, schernendo uno spettatore che sa benissimo perché è lì con qualche falce di Cechov, aspetta 15 minuti prima di stravolgere la trama secondo un inserto spregevole. Il treno è impegnato nella discesa e quando rallenta, sarà per riprendere meglio la velocità in seguito. Appena il primo spargimento di sangue, in una logica discutibile dal punto di vista medico, ma cinematograficamente ultra efficace, il mondo intero perde la palla in pochi secondi. Sia il calcio d’inizio che la nota di intenti, la sequenza ci porta dritti all’infernosenza passare per il bavaglio..

Subito dopo, il nostro eroe si rifugia nella sua casa e si imbatte in uno strano programma televisivo, una specie di cartone animato da incubo, mentre gli psicopatici fuori urlano pazzie. La musica quasi soprannaturale, questo malsano rumore di stivali che sfuggono al suo posto dettano il ritmo alle avventure a venire, intrecci di pure scene di barbarie disposte in modo tale da non sfuggire mai al disagio. Una pura visione dell’horror premonitore, al servizio di un film interamente dedicato al coinvolgimento dello spettatore la sua attività di distruzione deliquescente di tutta l’umanità.

La tristezza: immagineVibrazione

I nostri eroi vagano per una giungla urbana devastata, poi si capovolgono in alcuni sconcertanti epicentri di violenza, che vanno oltre – e non ci saremmo mai aspettati di vederlo un giorno sul grande schermo – la cornice del gore pop per esporre ogni tipo di abuso, compreso lo stupro, Per esempio. Furiosi bagni di sangue (e probabili incubi logistici) costellato di impressionanti effetti protesici…ma non solo. Grazie a questo senso del ritmo, all’efficienza del suo taglio, alla tinta sbiadita della foto e soprattutto a un sound design nitido, Jabbaz si permette persino di ricorrere al fuori campo durante le scene più “shock” senza però perdere di intensità.

contro ogni previsione, La tristezza Non è il film horror più grafico che compare sui nostri schermi, ma è sicuramente uno dei più difficili. Nella tradizionale gara di chi ha il più grande (scena cruenta), esce fuori concorso, e ci ricorda che il suo potere evocativo non è tanto dalla frontalità dei suoi effetti quanto dallauna cadenza infernale irregolare, anche di un’oscurità soffocante.

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La tristezza: immagineSorridi in ogni circostanza

Disperazione, sbornia ed estasi

Con un tale passo, molti registi giocherebbero la carta post-commedia.Morte cerebrale. Il genere zombie è pieno di questi scherzi innocui e simili. Sebbene La tristezza non lesina sull’umorismo nero, non è guidato dalla ricerca assoluta del divertimento, ma per totale disperazione. Inoltre, quando sospende la sua frenesia alle porte del climax, è per prepararsi meglio al più crudele dei suoi crimini, che non verrà rivelato, ma che questa volta attacca le fondamenta innegabili di ogni costruzione drammaturgica che si rispetti. Il tutto con una sottile speranza in vista che la telecamera di Jabbaz non ci permetterà nemmeno di vedere.

È da questo delirante nichilismo che trae la sua forza traumatica e quelloritocca con il dito la libertà di un certo cinema di sfruttamento. Quando la sua ironia è così morbosa da far venire la nausea, quando annega nell’emoglobina una dopo l’altra le convenzioni morali e narrative del cinema mainstream e quando letteralmente fa esplodere le autorità con le granate, fa onore ai suoi illustri riferimenti, che non sono annegati la loro trasgressione dietro un’overdose di secondo grado.

La tristezza: immagineUn martedì in linea 7

La proliferazione delle commedie che ne sono seguite la notte dei morti viventi ci aveva liberato, a forza di prenderli in giro, dai codici imbarazzanti (e molto noiosi) del film di zombi. Come a cancellare diversi anni di ripetizione dello stesso motivo, Jabbaz se ne riappropria e finalmente restituisce loro la capacità di preoccuparsi. Dotato di parole, più vicino alla bestia selvaggia che al cadavere mobile romeno, i suoi infetti hanno poco a che fare con i mostri che brulicano sui nostri schermi da anni. e tanto meglio.

Come il film, prendono la loro brutalità dal loro vizio e non più dal loro semplice istinto animalesco. Un’idea, che, spinta al limite, riesce a distillare un malessere sempre più asfissiante. Rappresentato in particolare dal principale antagonista, accampato da un terrificante Tzu-Chiang Wang, un uomo d’affari i cui impulsi viziosi si trasformano in puro sadismo, gli infetti incarnano fisicamente il nichilismo del lungometraggiocon i loro occhi neri e il sorriso lussurioso, che ti perseguiteranno a lungo dopo averlo visto.

La Tristezza: foto, Tzu-Chiang Wang, ReginaViolenza quotidiana

Come in questa vignetta animata completamente squilibrata che contempliamo, allucinata, contemporaneamente all’eroe, il mondo spogliato di tutti gli inibitori crolla e sprofonda nella demenza. Non importa lo stupore leggermente piacevole che la cosa può fornire, a miglia di distanza dall’autocompiacimento di Caos e compagnia, contemplare la fine del patto sociale ha qualcosa di traumatico. In questo, La tristezza non è solo un massacro come quello che vediamo molto raramente nei nostri multiplex, ma anche un grande film horror.

La tristezza: poster ufficiale

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