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No: recensione di un eclettico Peele

L’ozono di Twilight

Una nuvola appesantita da uno stendardo, volti con aria stupita, voltata verso il cielo, un cavallo di legno che volteggia nell’aria… La campagna di locandine, che riprende alcune delle sue idee più brillanti, è al cinema. quando Noi assunse subito il suo fantastico postulato, Boo eleva la suspense (letteralmente) al massimo, e questo da una superba sequenza di apertura, straordinariamente strana. Molto rapidamente, arriva uno dei modelli del regista: difficile non pensare ai racconti soprannaturali La zona del crepuscoloserie a cui ha già giurato fedeltà succedendo a Rod Serling come presentatore della sua ultima versione.

Un riferimento che può emozionare oltre che richiedere cautela: molti sono gli autoproclamati eredi della mitica antologia da non giustificare mai il loro status di lungometraggio. Solo che è Jordan Peele al timone e non ha stupidamente intenzione di consegnare il suo episodio. Come al solito, innesta al meglio altri generi, altri motivi, altre fonti di ispirazione rivendicare un intero settore del cinema popolare e infondilo con i suoi temi.

A metà strada tra pura fantascienza, horror o addirittura western yankee, che evoca sia il mistero spielbergiano che l’horror inglese, tra due riferimenti alla sitcom, Boo non si disperde mai, miracolosamente. Grazie in particolare alla sua piccola batteria di personaggi, unità di luogo da cui raramente e soprattutto si allontana una coerenza estetica inattaccabile.

Per la prima volta, Peele si avvale dei servizi del direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema, responsabile degli ambienti di Tricheco, Suo e ad astra, ma anche dalla tavolozza degli ultimi film di Christopher Nolan. Insieme, con molta brillante audacia visiva che sarebbe criminale rivelare prematuramente, organizzano le ambizioni del lungometraggio nell’ambito diun cielo minacciosoche il regista paragona al mare di mascelle.

Come lei, nasconde un enigmatico antagonista, capace di apparire in ogni momento, e ossessiona i poveri diavoli che trascura, rimuginando così grazie a un sapiente miscuglio di impercettibili effetti speciali e notti americane (processo tecnico che consiste nel filmare la notte in pieno giorno, grazie a un’illuminazione specifica) tutta la posta in gioco e tutte le influenze del film. Un ottimo modo per estendere l’approccio minimalista di Serling e Spielberg, rivelando gradualmente il suo vero soggetto: catturare lo straordinario, contro ogni previsione.

Eh si, c’è anche Brandon Perea

La peste

Non è un caso che la maggior parte dei personaggi in Boo sono strettamente o remotamente legati al cinema o all’industria dello spettacolo, o anche se si svolgono ai margini del deserto di Hollywood. Il duo Adelphe formato dal cupo OJ (Daniel Kaluuya) e dall’estroverso Emerald (Keke Palmer) cerca di sopravvivere con la loro attività di addestratori di cavalli, più o meno estromessi dall’industria e dalle sue nuove tecniche, mercanteggiando con il gestore del parco a tema Ricky Parco (Steven Yeun). Ma quando assistono a un evento veramente mitologico, non esitano a mettere in gioco le loro vite sii il primo a registrare l’inimmaginabile.

Certo, questa ricerca si unisce alle preoccupazioni sociali del regista. La necessità vitale che i neri tornino ai titoli dei giornali, per recuperare un’arte eminentemente popolare a costo della loro incolumità, spiegata durante un chiaro monologo, sembra quasi autobiografico. Per quanto riguarda il climax, abbandona il terrore smorzato per dispiegare riferimenti espliciti, troppo quasi nel caso del personaggio di Michael Wincott, alla tela del cinema e al coraggio e alla sottigliezza necessari per renderle onore.

No: foto Daniel KaluuyaVotato miglior maglione del cinema

Ma è durante il suo secondo atto, quando espande la sua atmosfera paranoica, che il film svela una visione davvero singolare del grande spettacolo cinematografico. Eppure molto rispettoso dei suoi precetti, si emancipa dalla meraviglia metafilmica di Spielberg per proporre un’allegoria molto più oscura del sogno di Hollywoodentità mostruosa che si insegue con la morte nell’anima, a rischio di essere inghiottiti dai propri sogni e dalle proprie ambizioni.

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Peele riesce a prendere le distanze un po’ di più dai suoi personaggi molto didattici uscire, semplici argomenti nella sua dimostrazione. Qui, ogni protagonista ha una relazione molto viscerale e molto complessa con il soprannaturale. Come il personaggio di Yeun, triste rifiuto della macchina schiacciante di Hollywood e del suo orrore sottostante (che scena!), per quanto completamente pazzo del suo potere, punito persino nel retrobottega artificiale di Los Angeles.

Approdato di fresco nella microcasta degli autori americani in seguito alla sua rapina nel 2017, ora a capo di un budget consistente (oltre 70 milioni di dollari), il regista ricorda tutta la diffidenza che il kolossal può ispirare a chi resta nel suo ombra e al tempo stesso riaffermare la forza del brivido che il grande cinema popolare è in grado di regalarein buone mani.

No: foto, Steven Yeunnon guardare in alto

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In effetti, completa un lungometraggio molto più riservato, Il vasto della notte. Andrew Patterson ha dimostrato lì che una certa mitologia fantascientifica è nata dall’emergere della registrazione audio, la fonte discreta di queste leggende contemporanee è la testimonianza orale, colta in tutte le sue contraddizioni. Boo fa parte dello stesso approccio con come soggetto, questa volta, il primato dell’immagine cinematografica, lo scatto che uccide, il colpo di denaro che prende la mascella… Sii l’essenza stessa dell’intrattenimento hollywoodiano.

La realizzazione di una filmografia che ci racconta sempre di più le motivazioni dell’uomo. E sono nobili. In tre lungometraggi, avrà progressivamente sostenuto un cinema totale, dedicato all’intrattenimento di tutto il pubblico, senza eccezioni. uscireriversandosi sia nell’horror che nella commedia, e Noidove la televisione è diventata un comune denominatore universale, ha già annunciato questo terzo film e questa esaltazione del cinema accessibile a tutti, mettendo insieme generi, toni e sensazioni per il massimo piacere di un pubblico che chiede solo di trovare lo stupore di “Colpo di Oprah”.

No: fotoForse la sequenza più memorabile del film

Certo, ed è qui che il film si fa eccitante, questa sete è pericolosa, persino terrificante, ma ripaga. Si evince dalla fattura tecnica dell’insieme, peraltro. Peele unisce il gesto alla metafora con virtuosismi che esplorano questo cielo così strano, scrutandolo fino a cogliere il dettaglio sbagliato e infine esporlo in pieno giorno durante il climax, con la musica a supporto. Climax in cui i riferimenti all’animazione giapponese degli anni ’90 invitano apertamente (un design ispirato a Neon Genesis Evangelionun piano preso in prestito direttamente da Akira), o proprio le celebri opere che hanno dovuto affrontare disprezzo e pregiudizio per allargare gli occhi agli spettatori occidentali.

Come nelle produzioni MonkeyPaw, in particolare quelle irregolari Paese di Lovecraft, l’arte popolare diventa uno strumento di resistenza, un atto di coraggio in un mondo in cui lo spettacolo può risucchiare, distruggere coloro che lo perseguitano, ma potenziare coloro che lo trascendono, se di solito vengono relegati in secondo piano. Come i suoi personaggi, il regista finisce per riassumere lo straordinario ancora una volta e, di conseguenza, consegnarlo puro intrattenimento, inquietante e meraviglioso. Infine, un po’ come Rod Serling e il suo zona crepuscolare.

No: poster francese

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