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mostri, ubriachi e robot assassini… è ancora il film francese più pazzo

Un mitico Bourvil, un automa omicida, un mostro e una bizzarra cittadina: La città della paura indicibileil capolavoro allucinato di Jean-Pierre Mocky.

La leggenda rumorosa e indipendente del cinema francese, Jean-Pierre Mocky lo è un anticonformista la cui silhouette a volte ha eclissato i film. Lo dimostrano le innumerevoli evocazioni o ritratti stabiliti a cavallo degli anni 2000, resuscitati dopo la sua morte nel 2019, che presentano in primo piano le immagini terrose, spettacolari (ma raramente messe in discussione o contestualizzate) dei suoi sproloqui omerici. UFO, creatore inclassificabile tanto quanto elettrone libero, sarà stato spesso ridotto alla sua stessa caricatura, comico tornado.

Non avaro di posizioni oltraggiate, di cosmiche rivolte alla professione, sventrava tante vacche sacre quanti contribuiva a costruirvi dei templi. Se gradualmente è diventato una specie di buffone mezzo stregone mezzo orco, che ha divorato anche i suoi lungometraggi per diventare nient’altro che una mitragliatrice con buone parole, forse a malincuore, forse a suo vantaggio, è imperativo ricordare i suoi film.

Tanto più che questi ultimi il più delle volte sono stati presentati come curiosità bruciate dal bulbo, simpatici nanar in cui l’aristocrazia del cinema francese si precipitava a suonare, solo per trovare vecchie cassette, per ammazzare il tempo o per scongiurare l’ingratitudine di un’industria smemorata.

Ma Mocky era, era, rimarrà un regista a pieno titolo. Gli dobbiamo un po’ film di sconcertante oscurità e acutezza politicatale Assolo (tipo Prendi Carter franchouille e anar), o Morte all’arbitro. Ma ce n’è uno, rimasto a lungo invisibile, che può vantare il rango di capolavoro. Questo è La città della paura indicibile.

Tira forte per aprire

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RAGGIO DI LUCE

In principio era Jean Ray, uno scrittore geniale e belga, la cui posterità in Francia era il più delle volte confinata nei circoli letterari. Oltre a innumerevoli racconti, racconti e resoconti, gli dobbiamo diversi romanzi brillanti. Ha fatto un’improbabile divisione tra letteratura gotica britannica, surrealismo e realismo magico.. Erudito e distorco volentieri la lingua francese (in cui scrive la maggior parte dei suoi testi), naviga volentieri tra la sconosciuta vena simbolista e poetica di un Lovecraft (I gatti di Ulthar) e l’influenza di William Hope Hodgson.

Una miscela esplosiva che a volte gli guadagnerà di essere indicato come il belga Edgar Allan Poe. Una denominazione prestigiosa, ma che non deve soffocare la profonda singolarità della sua opera.

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