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Logan: recensione Gillette Triple Blades

UCCIDEMI MALE

Poiché la promozione del film lo ha martellato per mesi, Hugh Jackman ha chiuso con Wolverine. Questo annunciato addio alle lame è un piccolo evento per chi è cresciuto con la saga degli X-Men, ed è anche il cuore del progetto di Logan. Perché la storia del funerale di James Mangold è interamente incentrato sui concetti di lutto, rinuncia e accettazione. Colpisce anche notare che il tutto non è mai sopraffatto dal fan service che avremmo potuto temere, ma ovviamente un testamento sincero.

Perché, scoprendo questo Wolverine rosicchiato da un male che evoca un cancro generalizzato, è difficile non pensare alla malattia che Hugh Jackman sta combattendo e che infonde serietà al film in ogni momento. L’artista non solo abbandona un personaggio emblematico, rinuncia a colui che lo avrà forgiato, la sua carriera non ha mai eclissato la gloria dell’eroe artigliato. In molti modi, il gesto di Jackman evoca una caduta assoluta del sipario con un terribile brio.

Un ultimo giro per la strada

UOMINI CATTIVI

La fatalità che cancrena Logan non si ferma alla performance impeccabile di Jackman. Se il rapporto tra il vecchio artiglio e il giovane X-23 è troppo classico per essere totalmente convincente, la giovane eroina interpretata brillantemente da Dafne Keen è scritta con intelligenza. Renderla una rifugiata messicana, condannata ad attraversare gli Stati Uniti, trasformata in una distesa desertica, per raggiungere un Canada con l’aria di un rifugio idilliaco porta ancora di più un gradito livello di significato (e di politica) in una saga che non sempre ha saputo gestire il proprio patrimonio dalla lotta per i diritti civili.

Ma X-23 non è l’unico su cui si sofferma lo scenario. Logan. Infine, il ronzino solitario a cui Jackman ha affidato il suo destino ha diritto a un trattamento fedele ai fumetti e globalmente coerente. La telecamera di Mangold si sofferma sulle sue cicatrici, le sue convulsioni, le sue rughementre la scrittura interroga i vecchi demoni di Wolverine.

Foto Dafne KeenÈ giovane, ma è venerata

Descritto come un mostro mitico (non sta andando in giro con un proiettile di Adamantio, che ricorda le munizioni d’argento un tempo destinate al lupo mannaro?), Wolverine sarà simbolicamente salvato dal cinema – abbondano i riferimenti al western, mentre il territorio americano si trasforma in un fantastico West – e dai fumetti, a cui la storia torna gradualmente, fino a cancellare i nostri ricordi delle ultime pietose avventure in solitaria del personaggio.

Foto Hugh JackmanCapolinea

ECCO UN BUDIN

James Mangold e Fox non solo avevano promesso un road movie al crepuscolo (che cos’è il film) ma anche un bene Festa di sanguinacci con classificazione R. E non hanno mentito. Dialoghi, relazioni tra i protagonisti o scene d’azione, tutto trasuda asprezza, aspri conflitti e una cupa oscurità.

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Foto Dafne KeenDafne Keen

Per quanto riguarda i combattimenti, ti fanno immediatamente dimenticare tutto ciò che la saga X-Men è stato in grado di produrre in termini di scontri fisici. Accanto al LoganJason Voorhees passa per Pimprenelle la Coccinella, tanto Wolverine si scatena, durante sessioni di massacro che evocano un hard boiled shocker degli anni ’70, o le vendite sfrenate di una macelleria gestita da un serial killer bipolare.

Al di là del suo lato sanguinante, Logan si sofferma in particolare sulle conseguenze della violenza, sul peso degli atti, sulle loro conseguenze. Charles Xavier e la sua guardia del corpo alcolizzata appaiono così tanti dannati, quasi zombi in cerca di redenzione. Grazie a questa tonalità radicale, Mangold ci regala i primi sinceri X-Men, che funge letteralmente da tomba per tutti i film che l’hanno preceduta, come rivela poeticamente l’inquadratura finale del film.

Foto Hugh JackmanHugh Jackman

IL LUNGO ADDIO

Senza dubbio, Logan va bene il viaggio su strada carbonizzato, violento e definitivo cosa stavano aspettando i fan del personaggio e i fan cinefagi del franchise di X-Men. Ma lui è molto ben lungi dal costituire un film di tutto successo per tutto questo. Dopo due avventure in solitaria al limite dell’indigenza, sembra che Mangold e Jackman volessero puntare troppo. Inevitabilmente, per rendere il simpatico Wolverine ritratto fino ad oggi il personaggio radicale che abbiamo davanti ai nostri occhi, il film è tentato di reintrodurre tutta la sua mitologia.

Foto Dafne Keen, Hugh JackmanVendemmia divertente quest’anno

Un approccio che pesa sul ritmo dell’insiemesoprattutto quello Logan non appartenente al canone della saga, ha un intero universo da farci ingoiare. Ingredienti che si unirebbero molto meglio se le interconnessioni tra i personaggi fossero strutturate in modo più efficace. Se ogni protagonista è realizzato con cura genuina, le interazioni tra ciascuno (soprattutto tra Wolverine e X-23) sono di un accademismo che spesso rasenta il luogo comune.

E quando nella sua seconda parte, il filmato è costretto a tornare le tracce più convenzionali di una narrazione destinata a portare a una conclusione a suo avviso, le corde diventano tanto più enormi poiché vengono attivate troppo lentamente. Con più di 2h10 sull’orologio, Logan correre il rischio della stanchezzagradualmente come l’intensità della sua storia svaniscee questo, nonostante una conclusione superba.

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