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Lo Hobbit: la desolazione di Smaug

ORO AVVENTURA

Non è un segreto che Peter Jackson non volesse la realizzazione del Hobbit. Un’esitazione che ha pesato molto un viaggio Inaspettato che ha impiegato troppo tempoa volte indugiava pesantemente sulle orme dei suoi antenati senza riuscire a riconnettersi con il loro epico candore.

È quindi un po’ indietro che ci avviciniamo a questo Lo Hobbit: la desolazione di Smaug ed i suoi 170 minuti, temendo di assistere ancora una volta ad un’opera ricchissima, ma diretta su pilota automatico. Ci avrà preso male, perché l’autore di queste battute (e i suoi vili compagni) meritano di essere bruciati sul rogo per tanto scetticismo, perché con questo nuovo episodio il regista neozelandese fa rivivere la forza, la generosità e il senso di iperbole che caratterizzano il suo cinema.

Non passerai… ok passa

Niente più canti da nani, passeggiate bucoliche e simpatiche creature: è tempo di avventura, quella vera. Una sensazione che attanaglia lo spettatore fin dall’inizio del film, sotto forma di flashback su uno sfondo di profezie e un’osteria mal frequentata, superbamente legata a una caccia nervosa e angosciante, scandita dagli assalti di una creatura formidabile. Questa pressione non lascerà mai andare, come se Peter Jackson, consapevole di aver tirato un po’ l’accensione, ora dovesse farlo riempi i suoi filmati sbalorditivi con filmati straordinari e iconici.

Il film moltiplica così i pezzi di coraggio che volteggiano, la cui energia e giocosità ricorderanno il brillante Le avventure di Tintin. Mostri, combattimenti, inseguimenti e momenti culminanti di antologia, Lo Hobbit: la desolazione di Smaug ci porta in un’odissea a volte vertiginosache spesso si avvicina alla maestosa grazia di Signore degli Anelli.

foto, Martin FreemanOro, mio ​​signore

SMUGGERMI

Se probabilmente risulta essere uno dei pochissimi blockbuster a non prendere regolarmente il suo pubblico per un mucchio di gogo ubriachi di root beer, questo Hobbit il nuovo purtroppo non è esente da difetti. Così, sebbene gli effetti speciali spesso rasentano il sublime, certi errori e difetti di gusto cozzano gravementecome il brutto aspetto del non meno brutto Sauron, certi poteri di Gandalf o la drammatica “visione dell’anello”, che andranno a rovinare terribilmente l’aspetto di Smaug.

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Quest’ultimo offre al film un eccezionale climax di forza e bellezza, fa rivivere il tempo di un commovente e cangiante piano d’oro tutta l’eredità di Willis O’Brien e Ray Harryhausen prima di essere decapitato da un climax di dubbio gusto. Colpisce in quel momento (rischi di strangolarti sul sedile), la conclusione di questo secondo episodio nega finalmente allo spettatore il divertimento che era venuto a cercare – e che aveva pienamente meritato! – proprio quello che Peter Jackson sembra finalmente determinato a offrirgli.

foto, Evangeline LillyPersonaggi ancora poco sviluppati

È ancora percepibile il relativo disinteresse (infinitamente inferiore rispetto al film precedente) del regista per i suoi protagonisti, tanto offre sequenze edificanti al duo Evangeline Lilly-Orlando Bloom ed evita di soffermarsi sui rapporti che strutturano la compagnia dei nani, ma in gran parte evacuati dalla densità dell’insieme; tuttavia, la ritrovata sensazione di assistere a un’esplosione cinematografica che il suo stesso autore non è in grado di trattenere, spazza via rapidamente questa riserva.

E se a volte ricicla figure gloriose delle sue opere precedenti (ragni giganti, set già visitati o uno Smaug che probabilmente ha guardato King Kong troppo spesso dalla sua caverna del tesoro), è di nuovo inebriarci per un climax di una buona mezz’ora. Ancora una volta, i meccanici si lasciano trasportare per polverizzare al meglio le nostre aspettative e le nostre paure in un diluvio di fuoco.

manifesto francese

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