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Le Daim: una recensione azzeccata

STILE MALATO

Quelli che avevano scoperto l’artista con il delirante Gomma molto probabilmente troveranno i loro piccoli con l’ultimo nato di Quentin Dupieux. Non che si ripeta, ma il suo ritratto di uomo ossessionato dal suo prezioso manto riprende ovviamente i temi della sua cronaca surreale delle peregrinazioni di un pneumatico assassino. L’assenza, la mancanza e il tentativo di riempirli sono stati spesso al centro delle storie del regista.

Un cane è scomparso dentro Sbagliato e un regista stava impazzendo mentre lottava per trovare l’urlo perfetto che gli avrebbe permesso di girare un film di fantascienza Realtà. Troviamo dentro Il cervo simili domande esistenziali, una ricerca sul filo del rasoio (che ricorda l’indagine psicorigida di Benoît Poelvoorde nella sua opera precedente), che si incarna fino alla follia in un oggetto obsoleto, apparentemente innocuo, persino ridicolo.

Questa lunghezza focale, che opera qui attorno a un mantello che cresce a una ricerca dell’assoluto, sinonimo di massacropermette al regista di condensare il freddo umorismo e la febbre da incubo che marmorizzano le sue storie.

Benvenuti nell’assurdità

Questa bizzarra equazione, il regista la padroneggia alla perfezione, e dimostra ancora una volta quanto sia un maestro del passato nell’arte di prendere per mano lo spettatore per perderlo meglio, così come i suoi attori.

È facile capire come Jean Dujardin e Adèle Haenel abbiano potuto accettare di seguirlo in questa febbrile esplorazione di un inarrestabile deragliamento. Ascolta solo il primo canto “stile malato” per cogliere con quale avida vertigine coglie le parole di Dupieux e le fa sue. Il duo si distingue come uno dei più esultanti visto in questo curioso universo, i cui scambi dovrebbero rimanere piacevolmente pungenti come lo sconcertato confronto tra Alain Chabat e Jonathan Lambert.

Foto Jean DujardinUn uomo “daimgue”.

E UNO STILE MALATO

I fan del suo universo troveranno immediatamente i loro segni lì, così come l’affascinante ricetta per stranezze inquietanti che l’artista distilla sempre così piacevolmente. E se ci piace anche l’urgenza che il montaggio distilla, la febbre imperativa che sembra presiedere ogni suo progetto, Il cervo purtroppo soffre in luoghi da il suo design molto veloce.

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I suoi movimenti erratici evocano più le convulsioni di un’anatomia incruenta piuttosto che i grandi impulsi sperimentali che muovevano le sue precedenti creazioni.

Foto Jean Dujardin, Adele Haenel Jean Dujardin e Adele Haenel

Il filmato spesso dà l’impressione che il suo autore stia arrivando alla fine di un ciclo, preferendo raccogliere qui le figure di stile che hanno segnato il suo segno, riordinandole secondo un tempo vagamente rinnovato, piuttosto che ripensare il suo sistema. E se si ride dei sacrifici dei cappotti, anch’essi fanno direttamente eco alle grandi migrazioni dei pneumatici alla fine del Gomma.

E anche se sentiamo che sono la passione e il piacere a motivare il regista, la sua velocità di esecuzione qui sembra condannarlo a non graffiare oltre la superficie di questo affascinante infra-mondo. Per la prima volta, la foto cotonosa del regista ci mette a distanza, forse a simboleggiare meglio la vaghezza che qui officia e toglie un po’ di vita, un po’ del gorgogliamento organico che speravamo di trovare.

Di Realtà a Sbagliato, abbiamo apprezzato le brusche conclusioni delle sue sfrenate passeggiate, ma quella che chiude l’implosione mentale di chi indossa le Daim ha più l’aria di una piroetta destinata a battere in ritirata. Questo ornamento alla fine risulta essere minore, testimonia più i capricci di una creatività sfrenata che il suo inaridimento.

Locandina

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