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La terza guerra: critiche post-13 novembre

“Siamo in guerra”

Soldati, inquadratura dal basso, effetti di parallasse stilizzati sugli edifici… in una delle sequenze centrali di La terza guerra, il regista italiano Giovanni Aloi presenta il suo cast di personaggi principali con un senso dell’iconografia che giureresti uscito da un film di Michael Bay. Eppure, l’effetto desiderato è l’opposto di quello del suo referente. I corpi non sono esaltati dall’angolo della fotocamera, ma inghiottito in una Parigi ansiosaun riflesso della loro totale impotenza.

Presente in Francia durante gli attentati del 2015, il giovane regista (di cui questo è il primo lungometraggio) ha visto come il paesaggio della capitale abbia improvvisamente assorbito tutto il terrore di questo “Guerra al terrore” evocato da Manuel Valls, e che dà il titolo al film. Così, la storia ci getta senza preavviso nel profondo, al fianco di Leo (il geniale Anthony Bajon), un giovane svantaggiato in cerca di ordine, e che crede di averlo trovato con l’esercito. Quando ha appena finito le sue lezioni, ottiene una missione Sentinelqueste operazioni avviate dopo l’attacco Charlie Hebdocon Hicham (Karim Leklou) e Yasmine (Leïla Bekhti).

grandi attori

Portato da un cast assolutamente impeccabile, La terza guerra può facilmente tradurre uno stato d’animo paranoico, colui che ha preso il controllo del Paese nel suo insieme, ma che tratta attraverso i suoi personaggi come un marcato campionario. Collegando la piccolezza dei suoi soldati a un’architettura parigina resa agonizzante come foutraque, il film abbraccia una freddezza terrificante. Accanto alle pulsioni fantascientifiche di Gagarino quelli terrificanti La notte ha divorato il mondoil postulato di Giovanni Aloi dimostra con vigore che Parigi è ancora un’ambientazione perfettamente adatta al cinema di genere.

Ed è anche la grande forza del lungometraggio a essere pensata in questo modo. La terza guerra adatta completamente la sua messa in scena sobria, ma dotata di piccoli elementi di sfarzo, con la psiche dei personaggi persuasi a essere i nuovi GI Joes. Mentre ci viene promesso un thriller tagliente a la Orologio 24 orela regia vuole essere fuorviante, adottando lunghe inquadrature statiche per accentuare l’immobilità di questi soldati inattivicostretto a osservare e attendere gli ordini in un’interminabile catena di comando (si penserà in particolare a una sequenza di infinita tristezza in un treno della metropolitana).

Foto Leila BekhtiMetropolitana, lavoro, sonno

resta a Leklou

Raccolte in 1h30 raffinato e teso, l’approccio di Giovanni Aloi colpisce per la sua maestria, che cattura una rabbia rimbombante e una disperazione rinchiusa in una pentola a pressione sull’orlo dell’implosione. I suoi tragici eroi sono intrappolati in un silenzio soffocante, dove la loro ricerca di senso è accompagnata da altre questioni, come la condizione delle donne nell’esercito. Ci pentiremo quindi che il film ceda ad alcune strutture, come questa sottotrama attorno al laptop di un criminale recuperato, che viene utilizzato solo da Leo per disfare i suoi stati d’animo senza grande finezza, che l’immagine trasmette già perfettamente.

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La terza guerra soffre inoltre di un leggero eccesso di zelo, trascinato com’è dal desiderio di penetrare la psiche dei suoi personaggi e il loro pensiero ultra sicuro, anche se a volte significa perdersi in essa. Ma queste peregrinazioni le dobbiamo forse meno al regista che allo sceneggiatore Dominique Baumard, autore di L’ufficio delle leggende e condirettore di Cattivi ragazzi di Mouloud Achour.

Foto Antonio BajonUn ultimo atto di virtuoso

Tuttavia, non possiamo togliere al lungometraggio, nonostante la sua poca goffaggine, il suo inarrestabile senso di immersione. Incollato ai corpi spaventati dei suoi protagonisti, Aloi si sofferma prepotentemente sui loro occhi, su quegli sguardi concentrati che sembrano distinguere le minacce ad ogni angolo di strada.

E anche se evita accuratamente di fare riferimento a un contesto politico troppo specifico, La terza guerra non mette paraocchi sulla portata del punto di vista che adotta. Senza mai giudicare gli ideali dei soldati che filma, la telecamera non è nemmeno lì per esaltare i meriti dell’operazione Sentinel. I soldati armati di Famas potrebbero essere diventati un elemento normativo della nostra vita quotidiana, il lungometraggio solleva la questione del loro impattola paura che generano tra la popolazione, che può anche trasformarsi in un’escalation di violenza.

Per un primo lungometraggio così squadrato e asciutto, ci si potrebbe sorprendere nel vedere un cineasta raggiungere un tale livello di maturità nella messa in scena di un soggetto del genere, qui ossessionato da domande piuttosto che da affermazioni preconcette. . E condensando tutto quel magma nel caos paralizzante di una manifestazione nel suo atto finale, La terza guerra dimostra che siamo di fronte a un regista promettentei cui prossimi lavori non vediamo l’ora di vedere.

manifesto finale

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