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La fantastica recensione dell’ape di Dany Boon

OCCHIO DOLCE BURRO

bene, se hai visto La signorina Daisy e il suo autista, Intoccabili e altri marshmallow dello stile di Libro Verde: Sulle strade del Sudprobabilmente hai già capito almeno il 75% del film. Ovviamente, nient’altro che la sinossi e la locandina del film, l’intrigo è gestito in anticipo. Due sconosciuti, due anonimi eppure, come direbbe Renaud: non si conoscono, ma mentre uno accompagna l’altro nel suo ultimo viaggio, si conosceranno e si apprezzeranno al di là delle differenze come direbbe Johnny. Solo che Christian Carion, solitamente principe del cinema senza personaggio, manda in corto circuito questo espediente antidiluviano, con una certa finezza nei giri.

Andiamo a fare un giro

Innanzitutto, perché Dany Boon e Line Renaud incarnano meno il famoso duo di personaggi a cui tutto si oppone, che due individui che, in realtà, avrebbero dovuto incrociarsi molto prima, tanto hanno cose da dirsi. Certo, gli inizi sono difficili a causa del carattere – ovviamente – burbero di Charles, il tassista squattrinato interpretato dal nostro ch’ti nazionale. Quest’ultimo dimostra anche il suo talento come attore e convince senza sforzo in questo ruolo non divertente., cosa che non sarà così per tutti qui. Vorremmo fare un nome, ma sembra che attaccare gli anziani sia sbagliato e fa il gioco dell’estrema destra.

Charles e Madeleine sono infatti due anime simili che si incrociano mentre la seconda non resterà a lungo in questo mondo, mentre la prima è esausta a furia di girare in tondo, prigioniera della sua condizione sociale e per la quale la felicità è diventata un’idea astratta , una sensazione così dimenticata che il ricordo del primo vero bacio, “quello che conta”, è scomparso. Felicità, devono portarsi l’un l’altro, ma non tanto da una forma di complementarietà imbottita di differenza (questa predicazione e predicazione senza fine) quanto dalla loro somiglianza quasi immediata. Quarantasei anni di distanza, “ma per eoni, la Francia non è cambiata così tanto” come direbbe (di nuovo) Renaud, quindi alla fine niente li separa.

Una grande gara: foto, Dany Boon, Line RenaudUn altro riferimento a Renaud e ti lascio in pace nella riga 13

OCCHIO NERO

In hollow, è anche il più grande merito diUna grande gara : mentre Madeleine evoca il suo passato a questo estraneo che lo conduce all’EHPAD che lo attende – letteralmente la sua ultima casa, prima di tutte le macabre implicazioni di ciò –, ci rendiamo conto che è una falsa nostalgia che abita l’opera. Madeleine rimpiange gli anni della sua giovinezza più degli anni ’50, che incidentalmente lo ha derubato di gran parte della sua giovinezza a causa della sua morale sessista. E anche violentemente sessista.

Una grande gara nasconde infatti una tenebra insospettata, e soprattutto particolarmente sconcertante, le scene di stupro e tortura genitale con una fiamma ossidrica (anche noi pensavamo di essere nella stanza sbagliata) sono tradizionalmente più il segno distintivo del film di guerra azero che del melodramma francese mielato. Un’uscita dalla strada garantita nelle mani di un cineasta meno dotato di Christian Carion, di cui va ricordato che nonostante la consueta spessore delle sue storie, resta un competente assemblatore di immagini. Siamo quindi sorpresi qua e là di provare una vera e propria paura di panico, che ci aspetteremmo piuttosto da un film dell’orrore. E soprattutto, una vera rabbia per la potente descrizione da parte del menu di abusi domestici.

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Una grande gara: foto, Dany BoonLe scene di cosa

Christian Carion ce li infligge con il palmo della mano come i colpi di scena ricevuti da Madeleine, e il loro acuto acufene risuona molto crudelmente con le patetiche notizie politiche dei suoi ultimi giorni, che sono particolarmente disgustose. Abusi la cui crudezza è tanto più schiacciante in quanto queste scene si inseriscono insidiosamente nella struttura di una storia che vuole essere gentile e innocua., ma che ci regge uno specchio osceno e nemmeno deformante. Rileviamo l’odioso in agguato dietro i visi piacevoli, in questo caso il naturale prorompente di resilienza dell’eccellente Alice Isaaz, ma anche dietro il viso angelico di Jérémie Laheurte, perfettamente orribile come un mostro che sembra un efebo.

Una grande gara: foto, Line RenaudAncora un altro volto espressivo, che non sa dire il suo testo

OCCHIO BIANCO AL BURRO

Sorprendente e salutare uscita dalla strada, un lampo di genio addirittura. Sfortunatamente, è solo un lampo, e il naturale torna rapidamente al galoppo. Anche a cento volte il galoppo, da quando Dany Boon accende la potenza del suo taxi, la nostra storia, così improvvisamente e così meravigliosamente sbandata, torna gradualmente sulla strada che è la sua, ed è altrettanto ampia, segnata e congestionata rispetto alle corsie degli autobus parigini attraversate da Charles e Madeleine. Il superbo del soggetto si scontra con la pigrizia del ping-pong passato-presente e, nonostante una grande resistenza, il suddetto soggetto si ritrova presto bloccato in un pathos appiccicoso, anestetizzato da una struttura di benessere vista 1000 volte altrove fino a un finale arcaico .

È stato detto, Una grande gara nasconde una certa delicatezza nel giromanica. Il problema è che c’è tutto il resto, e ciò che resta affascina e avanza con la delicatezza emotiva di un pachiderma petomane. È un po’ come farsi servire una ciliegia caduta dal giardino delle Esperidi e intinta nell’ambrosia su una torta allo yogurt con gusci d’uovo. È molto elementare e tecnicamente è completamente fallito, la fotografia grigio-bianca ti fa venire regolarmente voglia di mettere i mikados nell’uretra per dimenticare il trapano che ti ha bloccato negli occhi.

Una grande gara: foto, Dany BoonRiconosciamo un film francese per il suo spiccato gusto per il bianco naturalista-urbano

Solo le sequenze di flashback ce la fanno, e solo il resto Che cosa abbiamo fatto tutti a Dio? come un serio concorrente della peggiore immagine dell’anno. Come al solito, il cachet visivo, l’editing e il taglio purtroppo ricorda più un grande film per la TV camuffato che un’opera cinematografica – opzione auto viaggiante che sussulta e traffica con doppi fondi che sussultano. E guarda caso, beh, è ​​TF1 che finanzia. Di tanto in tanto ci sono alcuni piccoli espedienti, ma nel complesso il linguaggio delle immagini è intriso di margherite, oltre a non essere nemmeno bello da vedere.

E siccome ora possiamo dirlo: se anche Franck Dubosc riesce a fotografare Cergy-Pontoise correttamente, Christian Carion deve saperlo fare.

Una grande gara: foto

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