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Ex Machina: la critica robotica

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Quando un giovane brillante (Domhnall Gleeson) viene scelto dal suo capo (Oscar Isaac), un solitario magnate dei computer in un loft nel mezzo della giungla, per essere il primo a testare un’intelligenza artificiale rivoluzionaria (Alicia Vikander), sono i fantasmi di Blade Runner, Metropoli, 2001, un’odissea nello spazio o più fantasma nella conchiglia che prendono vita. Alex Garland li invita senza paura, aggiungendo tanti riferimenti letterari, convocando abilmente Villiers de L’Isle-Adam e il suo Eva Futuro, o la predazione maschile dei grandi racconti europei.

Oscar Isaac, tanto affascinante quanto tossico

Da attento neo-regista, si prende cura della sua struttura con mania e un acuto senso del taglio. Il risultato è un film sicuramente atteso ma sempre bello, che sceglie di non rivoluzionare temi banali, ma di aggiornarli. Così, il suo personaggio di Elon Musk 2.0, incarnato da un Oscar Isaac perfettamente velenoso, rinnova con la giusta dose di perversione la classica figura del demiurgo. Quanto allo scenario, si va finalmente oltre le rigide questioni dell’intelligenza artificiale per divulgare efficacemente le nozioni di singolarità e coscienza artificiale, destinate a diventare centrali, nella fantascienza, ma anche in un futuro molto prossimo.

Foto Oscar Isaac, Domhnall GleesonDomhnall Gleeson e Oscar Isaac

TROVA IL RAGAZZO

Ma questa favola crudele fa molto di più che gestire abilmente i concetti che l’hanno preceduta. Anche Alex Garland si impegna in un’abbondante riflessione sul genereinvocando qui Barbablù, là i grandi dibattiti etici che animano le nostre società.

Attraverso questi due personaggi maschili che esaminano la loro alterità e il loro desiderio di entità femminili apparentemente perfette, fa esplodere le concezioni maschili e femminili mentre la sceneggiatura rivela che i suoi antieroi in definitiva sono capaci solo di empatia, affetto, persino eccitazione solo per surrogare se stessi, falsi pretesti. E il film si trasforma in un racconto matematico, in cui ogni protagonista forma il volto di una figura geometrica che ci sfugge costantemente.

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foto, Alicia VikanderAlicia Vikander

Se siamo sinceramente felici di scoprire un giovane regista applicato, colto e desideroso di rendere omaggio a un genere fondatore, d’altra parte ci dispiace che Alex Garland abbia molte più difficoltà a mantenere le articolazioni della sua storia. Il suo giovane eroe è così mosso da impulsi tanto attesi, ma poco incarnati, che alla fine nuocciono al ritmo dell’insieme, già lentissimo. Infine, se gli spettatori più colti apprezzeranno l’abbondanza di citazioni, è probabile che gli altri trovino il risultato leggermente noioso, anche in gran parte schiacciato dai suoi gloriosi antenati.

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