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critico che ha mangiato il Padrino

DIRITTO DI CANNES

Quando i teatri francesi accolgono Legge di Teheran nel 2021 lo shock è totale. Saeed Roustaee è un regista sconosciuto in Francia, e questo secondo lungometraggio lo ha intronizzato come uno dei nuovi big del cinema iraniano, ma anche del panorama internazionale. Ed è logico che il Festival di Cannes lo spingerà alcuni mesi dopo in competizione ufficiale con Leila e i suoi fratelliche ha devastato la Croisette e il cuore dei partecipanti al festival, non riuscendo a segnare la sua giuria.

Fin dalla sua presentazione nel cuore del festival, sono piovute qualificazioni per cercare di catturare quest’opera fluviale, la cui prima particolarità è quella di sfuggire momentaneamente all’apprensione dello spettatore. Quelli che sono rimasti paralizzato dalla funebre spirale poliziesca del suo film precedente Penserà per un momento di riconoscere nella sua messa in scena la scala di certe sequenze, non senza evocare l’antico coro.

Sempre nella direzione opposta, sia il montaggio che il montaggio orchestrano una logica piena di paradossi ed effetti di stupore. Dopo un’introduzione che sorvola la situazione di tre protagonisti principali a favore di un montaggio alternato di notevole complessità, dove si alternano vedute aeree a inquadrature della folla, e istantanee condensate di varie vite, la sensazione di confinamento è irrefrenabile. Nonostante il movimento, nonostante la profusione, Roustaee stabilisce con estenuante intensità il blocco di una società le cui regole costringono tutti a un conflitto latente con i propri simili.

Un patriarca non proprio paterno

ALLARME TERREMOTO

Completata questa apertura, la telecamera si avvicinerà notevolmente ai protagonisti, perché se i membri della famiglia di Leila sono intrappolati all’interno del collettivo, la loro individualità non è nemmeno sinonimo di liberazione interiore. In Leila e i suoi fratelli, l’intera realtà è di natura prigione, senza che nessuna via di scampo si manifesti. Ed è questa articolazione tra un’azione che si stringe perennemente, una posta in gioco sempre più vincolata, ridotta, ineluttabile, ma con conseguenze leggermente più concrete a ogni scena, che genera una vertigine cinematografica di rara intensità. E l’epopea di nascere proprio quando sorge l’intimo, la radice di tutte le ferite aperte durante questa oscura avventura.

L’alleanza tra montaggio e montaggio può essere di rara coerenza durante le 2h45 della cosa, non potrebbe attirare la nostra attenzione se l’insieme non beneficiasse di uno scenario che fa del rigore il suo principio universale. Flirtando con i 180 minuti di filmato, il regista potrebbe prendersi il tempo di contemplare, correre il rischio di annacquare o giocare con l’espansione dell’azione per affascinare meglio il suo spettatore, ma no, la narrazione risulta essere densa mai criticata , a volte estenuante mentre allinea le testate stilistiche e abusi emotivi durante la sua ultima partita.

Leila ei suoi fratelli : Foto Taraneh AlidoostiUn inarrestabile aumento della pressione…

La logica inflessibile con cui la scrittura ordina durante la prima parte, suggellando il destino di tutti i personaggi dopo aver radiografato sia la loro personalità che i loro conflitti interiori, può sorprendere per la sua lunghezza. Tuttavia, impossibile immaginare di tagliare o rimuovere la minima scena. Nessuno scambio si rivelerà banale e nessuno dei molteplici strati di rituali e tradizioni che circondano la corsa al potere di tutti i membri della famiglia (o la sua paralisi) conta per le prugne.

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E per una buona ragione, quando la catastrofe annunciata si trasforma in un puro cataclisma, come nel mezzo di un’essenziale cerimonia familiare e simbolica, il clan rivela tutta la sua potenziale disunità e la sua emergente conflittualità, Leila e i suoi fratelli opera una metamorfosi formale e ritmica. Dopo un primo movimento sotto forma di un’ammirevole ma smorzata partita a scacchi, ogni sequenza si trasforma in un’esplosione di antagonismo radicale. Mentre l’uccisione sociale e la rovina attendono tutti i personaggi, tutti intraprendono strategie diverse, convergenti, abominevoli o assurde. Un precipitato di violenza sociale che il regista tratta con un genio quasi letterario.

Leila e i suoi fratelli: foto, Taraneh AlidoostiDimentica i Vendicatori

LA MADRIA DEL PADINO

Non che la sua creazione sia prolissa o rischi di rimanere incastrata in una lingua troppo apertamente alfabetizzata. Ma proprio come Legge di Teheran evocata senza ambiguità una classica struttura tragica, troviamo nella nuova proposta di Roustaee l’eredità, spesso sublimata, di una certa letteratura dell’Ottocento. Autori vari come Cechov, Doistoïevski o Balzac avrà lavorato la materia prima del romanzo in modo tale da poter abbracciare il loro tempo, sposando con ingegno le iperstrutture del loro tempo, l’ardore degli uomini che lo popolano oltre che un potente respiro romantico.

Con questo Padre Goriot al contrario, il regista iraniano non fa altro. Questo è ciò che conferisce ulteriore legittimità all’imposizione della durata del lavoro. Perché può scrutare i suoi personaggi con una lente d’ingrandimentoil film impiega del tempo per installarli in un dispositivo organico, dove sono principalmente le loro azioni, reazioni ed esplosioni a guidare la telecamera, e mai una civetteria di messa in scena. Finché possono prosperare sullo schermo, a ogni individuo viene concesso abbastanza tempo per affrontare la loro grazia o dannazione per diventare terribilmente palpabili.

Leila e i suoi fratelli: foto, Taraneh AlidoostiLeila e le sue palle grandi

Infine, nell’abilità con cui Leila e i suoi fratelli devia tutti i codici che evoca per non perdere mai di vista i suoi personaggi ma dedicarsi interamente a raccontare un paese attraverso di loro, troviamo il segno dei grandi affreschi del cinema. Mentre ogni membro di questa tribù che sta per implodere si prepara a lottare per la sua sopravvivenza con le unghie e con i denti, non si adottano mai i codici del thriller, del thriller o del dramma sociale a lungo termine, sia i fotogrammi che l’interpretazione polverizzano costantemente le regole stabilite.

E se ricordiamo il virtuosismo con cui Il Padrino pretese di rinnovare la saga criminale, di sezionare finalmente una famiglia, e attraverso di essa le vicissitudini della società americana, riconosceremo qui la stessa verve. L’ispirazione di Roustaee è stata individuata da molti commentatori e non è un insulto per lui paragonare questo nuovo film al capolavoro di Francis Ford Coppola, poiché il regista iraniano si dimostra all’altezza della sfida. Tanto che dalla visione emergiamo barcollanti, affascinati dall’intreccio del particolare e dell’universale, avendo l’impressione di essere corsi sull’orlo di un vulcano.

Leila e i suoi fratelli: poster francese

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