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critica delle ragioni della rabbia

LA LUCE ERA

È l’attrice Frances McDormand, appassionata dell’omonimo libro di Jessica Burden, che è all’origine di questo progetto, che ha voluto affidare alla creatrice di Il pilota. O il racconto di un viaggio al fianco dei “van dwellers”, nuovi nomadi americanispinti a mettersi in viaggio dopo la crisi economica del 2008, censire il Paese in base al lavoro stagionale a loro disposizione.

Un soggetto che ovviamente risuona con il cinema di Zhao, artista cino-americana che si è immersa in un’America rurale, con figure mitiche emaciate e un corpo sociale disincarnato, scrutando il proprio fallimento, mescolando documentario e finzione.

Una luce unica

Una logica che qui viene spinta al culmine, grazie alla stretta collaborazione tra il regista e Joshua James Richards, il suo capo operatore. Apparentemente di grande semplicità, il loro dispositivo estetico continua a farlo lavorando sui codici estetici americani. Filmando il più possibile alla luce naturale, leggermente sottoesposta, qua e là appena impreziosita da discrete barre al neon, la telecamera si confronta con i grandi spazi di territori che da più di un secolo sono diventati l’orizzonte culturale di milioni di spettatori con il sentimento del loro finitezza.

Certo, le inquadrature si soffermano su paesaggi sbalorditivi, catturano l’immensità e ci fanno rivisitare tanti spazi già immortalati più volte dal cinema. Ma questi ultimi appaiono appannati, come devitalizzati. Non quello terra nomade cerca di invertire il fascino per la Nuova Frontiera, o di autopsiare le decorazioni che hanno reso la gloria del western, il film propone piuttosto di osservare l’America attraverso un cambio di paradigma geografico e simbolicamente molto potente.

foto, Frances McDormandDomani che sorridono (un po’)

BLUES

Terra di abbondanza, con limiti costantemente respinti, gli Stati Uniti sono stati costruiti sulla leggenda di un’avanzata perpetua, attraverso una zona di pienezza dai benefici inesauribili. Nazione circoscritta, il cui famoso “sogno americano” sembra essere svanito, L’America è ormai un circuito chiuso, circolare, in cui i nomadi al termine della loro fune girano in tondo a seconda del lavoro disponibile. Questa transumanza delimitata, questa esplorazione ristretta ridefinisce il nostro rapporto con l’arredamento, ma anche il suo significato.

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L’era di Uva d’ira ora è completamente finita, e gli operai che cercano di ripensare questo mondo sono stati respinti, lontano da tutto. E probabilmente non per niente il triplo film premio Oscar a volte dà l’impressione di rivisitare i mausolei abbandonati di Steinbeck e John Ford.

FotoUn’America senza fiato

Tuttavia, Chloe Zhao non intende raccontare una morte annunciata degli Stati Uniti, ma piuttosto catturare le metamorfosi che lì nascono. Così si colpisce nel notare, nonostante il gigantismo della natura, l’immensità di un cielo che rifiuta sempre l’azzurro, quanto questi elementi non travolgono mai i personaggi. Questi ultimi, se non hanno la potenza dei primi due film di Zhao, meno a loro agio nello schizzo che nel ritratto, lasciano un segno indelebile sulla retina.

Impeccabile nei panni di una donna in lutto che lotta per trovare una parvenza di significato e dignità all’interno di una società che non considera più il suo essere come lo spreco di un corpo in travaglio, McDormand impressiona (ha ricevuto l’Oscar come migliore attrice per la sua interpretazione). Spesso straordinariamente accurata, compone un personaggio dallo sguardo umano e prezioso, la perfetta staffetta di finti comici e veri vagabondi che lei incontra. Peccato terra nomade non posa più con le sue affascinanti aggregazioni umane, dove prende forma un nuovo rapporto con la società, la cultura e le regole di un sistema che schiaccia i suoi membri più vulnerabili, tanto leggiadro è il film.

manifesto francese

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