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critica a un dio caduto in testa

MULTICULTURA RIGIDA

Le Olimpiadi si presenta come una delle creazioni più composite e singolari di Jacques Audiard. Adatta tre storie separate del fumettista Adrian Tomine. Per riuscire a trasporre queste narrazioni indipendenti, sposarli e poi deterritorializzarli da Los Angeles a Parigiha affidato dapprima la co-sceneggiatura a Céline Sciamma.

Ma, dopo una pandemia e un’apocalisse organizzativa, il progetto si ritrova paralizzato, con Sciamma che ha i suoi film da realizzare. Il bambino cade quindi a Léa Mysius, il cui primo lungometraggio solare Av segnato più di una retina, e la cui reputazione di acuto dialogista sta crescendo rapidamente.

Una scommessa in bianco e nero

Incarnato da giovani attori, messo in evidenza da Paul Guilhaume, raramente una proposta del regista assume una dimensione così pura e composita, tranne che per Di ruggine e osso, che stava già cercando di mettere insieme diversi racconti dello scrittore Craig Davidson. E purtroppo troviamo più o meno gli stessi limiti in Les Olympiades. Innanzitutto la sensazione di assistere alla nascita di un dolce mostro di Frankenstein è evidente, in quanto gli intrighi che legano i nostri personaggi sembrano coesistere solo con i piedi di porco.

E sarà facile fare appello alla diversità della società francese, della sua giovinezza, per giustificare lo scoppio delle linee narrative. Il ritratto febbrile che il film vorrebbe dipingere può benissimo essere un’evidenza sociologica, difficile da navigare sullo schermo. In particolare perché la localizzazione non funziona del tutto, perché questo brodo di cultura dove si compenetrano studenti, cam-girl e dirigenti dormienti non è mai del tutto miscibile con questo quarto delle Olimpiadima anche perché il film sembra essere alla continua ricerca dell’elettricità, quando le opere a cui si ispira sono piuttosto cronache dello sfasamento urbano.

foto, Noémie Merlant, Makita SambaDi battere il loro cuore non è pronto a fermarsi

PERSO NELLA TRADUZIONE

È inoltre quando Jacques Audiard ritorna ai motivi primari che hanno irrigato la sua carriera che il tutto trova colori. Lascia che un campo lungo, sensuale e inquietante, si diverta a mescolare le tenere carte, il tempo di un vero ballo lascivo e uno spogliarello falso, o lascia che un’inquadratura rovesciata ingannevolmente innocua catturi i guai nascenti tra una prostituta e il suo cliente commosso, e all’improvviso emerge la forza emotiva del regista.

Il regista avrà spesso raccontato le fitte della doppia elica di individui interdipendenti che scoprono improvvisamente come il loro rapporto di sottomissione o dominio stia solo aspettando di essere invertito.

foto, Noémie Merlant, Les Olympiades, Makita SambaUn cast olimpico?

Forse perché anche lui fatica a disperdere le aspettative del suo cinema, questa mappa è appena abbozzata da queste storie intrecciate, senza che ci sentiamo del tutto reinvestire il posto lasciato vacante. Allo stesso modo, a volte abbiamo la frustrante sensazione di sentire che quattro firme si sovrappongono, senza mai riuscire a generare un tutto coerente. Un’incertezza che ritroviamo anche nei dialoghi, che testimoniano tanto la volontà di franchizzare i conflitti dei protagonisti, quanto di standardizzare le visioni di tre autori francesi, che dovranno ancora adoperarsi per trascrivere qualcosa del loro tempo e di un certo generazione.

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Un millefoglie che non aiuta gli attori. Tutti ottimi, capaci di dare vita ai loro personaggi con una semplice inflessione della voce, un gesto interrotto, e in genere non appena lo scenario gli salva dall’esaurimento delle corde vocali, devono anche fare i conti con dialoghi spesso rigidi e sovrascritti. Troppo contorti, a volte falsamente rilassati, arrivano a sottolineare pesantemente questioni già agitate senza grande finezza dal taglio e dalla fotografia.

foto, Le OlimpiadiUn pro-partito?

GLI OCCHI DELLA MUMMIA

E questa è senza dubbio la più grande delusione di questo Audiard minor, che si potrebbe dire che si eleva senza difficoltà al di sopra della produzione media esagonale, ma rimane cento cubiti al di sotto di quanto abbiamo visto realizzare il suo autore. Come se avesse sentito troppo delle critiche assurde formulate frequentemente nei confronti dei suoi lungometraggi, presumibilmente incastrati in una mitologia maschile superata (quando il suo superamento è da allora Un eroe molto discreto una ricorrenza delle sue opere), vi cede a schemi superati. Peggio, fabbricato.

Les Olympiades non è mai brutta, tutto resta educatamente sotto controllo, dolcemente innocuo. L’immagine appiattirebbe la retina, se non sembrasse un cattivo servizio di moda. Il tutto piace come un anestetico ben dosato, non si ricollega con lo splendore umano, l’eruzione di Audiard. La fotocamera non è tanto nel posto giusto quanto in quello più carino. Il risultato segue senza dispiacere, è ovvio, ma sembra sempre più piccolo, più rachitico del suo soggetto. Questi trentenni parigini non sanno più dove sono e chi sono? Grande affare. Si suda un po’, si ride a volte, ma non spicca mai uno sguardo, un’idea, una proposta per cui dà un po’ di carattere a tutto questo.

Rimane la sensazione che galleggia nel cuore di questo innocuo vasetto di crema idratante la pungente Jehnny Bethla cui ogni apparizione infonde a Les Olympiades il suo peso di elettricità, come la certezza di un formidabile fulmine che sta per carbonizzare il film, ma che non cade mai.

manifesto francese

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