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con Ring and The Grudge, l’altro grande film di fantasmi

Fantasmi vendicativi e anime tormentate si incrociano L’occhiola storia di fantasmi dall’Asia che spaventa la retina e tocca le vette dell’horror made in Japan.

E se riavvolgessimo? Siamo all’inizio degli anni 2000 e l’ondata di film horror giapponesi sta travolgendo cinema e video club di tutto il mondo. Se il terremoto inizia prima del passaggio al nuovo millennio, con il fenomenale successo di Squillo di Hideo Nakata, il pubblico non impiega molto a scoprire altri elementi essenziali del genere, tra cui Il rancore, Kairo e Acqua scurasempre dello stesso Nakata.

Nel 2002, nel sud-est asiatico, tra Hong Kong e la Thailandia, i fratelli Danny e Oxide Pang hanno girato il loro secondo lungometraggio, L’occhio, ispirato da una notizia pubblicizzata anni prima, riguardante il suicidio di una ragazza di 16 anni che aveva appena ricevuto un trapianto di cornea. Perché si è suicidata? Ha visto qualcosa dopo che l’operazione è stata completata? Domande a cui i realizzatori hanno voluto rispondere a modo loro, attraverso un film horror pensato per il mercato internazionale e basato sulle stesse orribili sorgenti dei suoi vicini giapponesi.

Presentato in diversi festival dedicati al cinema fantastico, tra cui Sitges e Géradmer, L’occhio cattura l’attenzione degli spettatori poi cattura l’attenzione, quando esce, di un certo Tom Cruise, che ne acquista i diritti attraverso la sua compagnia Cruise/Wagner. L’ha presa malissimo vista la relativa qualità – e questo è un eufemismo – del remake americano da lui prodotto, con Jessica Alba in testa alla classifica. Un motivo in più per preferire l’originale, superiore in tutto e per tutto. Ma basta per essere al primo posto accanto ai gioielli di J-Horror?

A volte è meglio tenere gli occhi chiusi

LA DOPPIA VISTA DEL MUN

Mentre milioni di persone vanno e vengono a Hong Kong, senza preoccuparsi di guardarsi intorno, Mun (Angelica Lee) sogna una sola cosa: vedere il mondo. E per una buona ragione, è cieca. Un’ingiustizia finalmente sanata quando la giovane subisce un intervento capace di restituirle la vista. Sebbene distingua ancora solo le forme, Mun inizia a percepire strane sagome e presto i morti le appaiono chiaramente come i vivi.

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Sposando la soggettività della loro eroina, i fratelli Pang creano un ricco linguaggio visivo da effetti ottici sapientemente misurati. L’uso della sfocatura, onnipresente nella prima metà del film, arriva a incarnare questo confine tra visibile e invisibile, già rappresentato nei titoli di testa, durante i quali mani anonime si muovono dietro una tela bianca che si distende. Impossibile non vedere il parallelo con lo schermo cinematografico che, anche lì, tiene a distanza la finzione del reale, l’irrazionale del plausibile.

L'occhio: foto, Angelica Leemani che uccidono

Pertanto, non appena la messa in scena ricorre alla sfocatura o relega fuori campo l’oggetto della paura, lo spettatore può prepararsi a assistere a possibili apparizioni spettrali. Processi che i fratelli Pang a volte scelgono di abbandonare, rendendo più difficile identificare la natura dei diversi interlocutori di Mun. Dovrebbe credere alla realtà di questo ragazzino che cerca il suo taccuino o di questo giovane paziente con un tumore al cervello? L’occhio mette in discussione ciò che diamo per scontato e ci invita a seguire la nostra prima intuizione in assenza di altri benchmark.

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