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Agnello: recensione di una storia stupida

agnello al macello

Difficile infatti spingere alla scoperta di questo strano oggetto senza rovinarne la principale molla narrativa, rivelata di fatto piuttosto tardi nel racconto. I vari trailer gettano rapidamente la spugna e capiamo il distributore The Jokers, ancora un maestro del passato nell’arte del rischio.

Agnello è allergico a qualsiasi forma di marketing: fa affidamento su un solo effetto, assume la sua estrema austerità, la sua macchina fotografica a cielo aperto, l’intimità dell’ultimo dei suoi colpi di scena, non sopporta il confronto e rifiuta il grande spettacolo. Insomma, è un puro oggetto da festival, tant’è che ci è riuscito farsi notare sia a Cannes che al festival Etrangenonostante il relativo anonimato – almeno qui – del suo direttore, Valdimar Jóhannsson.

Un’alchimia volutamente quasi inesistente

Tutto ruota dunque attorno a questo ibrido metà pecora e metà umano che irrompe nella vita di una coppia solitaria. Colpiti per la prima volta da questa anomalia, Maria e Ingvar decidono in modo del tutto naturale di trattarla come la loro stessa figlia. Un concetto che sarebbe potuto diventare rapidamente ridicolo se la bestia in questione non fosse stata all’altezza del compito, ma funziona sorprendentemente bene. Consapevole dei propri limiti di budget, la troupe cinematografica ha ovviamente cercato di limitare l’uso della CGI, necessariamente bizzarra, generalmente sostituita da una buona dose di bambini veri e agnelli veri (aneddoto confermato da Rapace nell’intervista concessa a Demoiselles d’Horreur) grazie a messa in scena precisa.

Inquadrature fisse, primi piani intelligenti e carrellate lente e viziose si susseguono a sottolineare la stranezza dell’apparizione, poi la banalità con cui viene catturata dai suoi genitori adottivi. E se la semplicità dell’insieme è dovuta in gran parte a uno scenario minimalista, alle interpretazioni a volte molto mute degli eccellenti attori principali, a un’ambientazione nel deserto e alla fotografia tutta foschia e oscurità di Eli Arenson, è proprio questa ambientazione in scena chi più orgogliosamente lo rivendica. Con la forma del racconto in vistae non nel senso Disney della parola.

Agnello: fotoIl lupo e l’agnello

Racconti dall’infanzia e dalla casa

Non sempre accolto con interesse dalla stampa specializzata, Agnello è per molti giustamente handicappato da questo stile, spesso affiliato al suo distributore americano, A24, simbolo da qualche anno di un fantastico indipendente chiamato “autore” dopo alcuni successi di stima. Sarebbe facile scorgere nella lentezza e nel montaggio educato un surrogato del cinema di Robert Eggers, che qualche anno fa aveva colto la stessa unità di luogo, con gli stessi tic estetici, nel suo magistrale La strega. Tanto più che il direttore di Il Faro suo malgrado ha democratizzato un approccio abbastanza pedante al genere, che sta cominciando a ispirare alcune produzioni irritanti.

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Tuttavia, il lungometraggio di Jóhannsson trae la sua forza non dalla costruzione di un orrore implacabile che da l’aspetto quasi iniziatico della sua storia. A prima vista accumula i temi ricorrenti dei suoi colleghi meno fantasiosi (il lutto, la sfida della genitorialità, l’isolamento), soprattutto quando fa intervenire un terzo ladro per mettere in prospettiva la dolce follia della coppia. Ma è proprio quando si riferisce molto vagamente ai cliché della rappresentazione dei costumi umani che diventa affascinante.

Agnello: fotoL’archetipo della madre… con alcune sottigliezze

È come se stesse cercando di dimostrare la capacità della fantasia contemporanea di creare puramente e semplicemente il proprio folklorecon i suoi personaggi quasi irreali, che difficilmente mettono in discussione frammenti del meraviglioso (perché di questo si tratta), dell’inquietudine viscerale, intima che ispira, soprattutto durante un primo piano dai dettagli terrificanti, e soprattutto della sua amara, persino moralità decisamente crudele, una triste rappresentazione dei tormenti dell’essere umano e delle forze contro le quali rimane impotente.

Un oscuro racconto di Natale che, non riuscendo a rivoluzionare il cinema fantastico, al contrario, si riconnette con un’immaginazione ancestrale e un tipo di narrazione universale. Ironia della sorte, in un momento in cui l’horror mainstream rivendica costantemente un rispettoso ritorno alle origini per placare meglio il suo pubblico, questo è forse uno degli unici film soprannaturali a mantenere le sue promesse.

Agnello: foto

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