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Addio idioti: critico non del tutto teubé

ALBERT, IL 5° MOSCHETTIERE

Cartoon punk, a suo agio quando si tratta di schernire i potenti, intaccare gli ambasciatori di un sistema brutale e assurdo, come quando arriva il momento di sconvolgere il mondo con qualcosa di grosso e burlesco, alberto Dupontel è l’autore di una delle filmografie più singolari in Francia. Tra maestria tecnica, tentazione del gesto perfetto e bulimia anar, è il detentore di un universo che non è mai stupido, ingannevolmente malvagio, che desideravamo ritrovare dopo il formidabile addio lassùla sua prima incursione nell’adattamento letterario e nel lungometraggio storico.

Liberato dai pesi della ricostruzione storica, può dare libero sfogo al suo amore per i personaggi devianti (in senso letterale, in quanto scelgono o devono agire fuori dalla camicia di forza segnata dalla norma). E al Dupontel, l’amore è sempre un movimento della macchina da presa, un’idea di messa in scena. Troviamo così la presenza di innumerevoli superfici riflettenti, che moltiplicano o ridistribuiscono lo sguardo, provocando emozionanti sconvolgimenti visivi.

Virginie Efira, perfettamente a suo agio nel mondo Dupontel

Raramente la macchina da presa del regista avrà dominato così completamente la tecnicità delle sue ambizioni e il loro impatto poetico. Che il volto di Nicolas Marié sia ​​sovrapposto all’arredamento che crede di descrivere in un collage assurdo, o che il direttore della fotografia Alexis Kavyrchine finga di riprodurre l’alone arancione dei lampioni, per immergerci meglio in un ambiente surreale, tutto qui è dosato alla perfezione, fino al troppopieno.

Lo testimonia questo aereo già iconicodove Virginie Efira e Married salgono una scala a chiocciola a tutta velocità, in sintonia con la telecamera, precipitando la trama e lo spettatore in una fantasmagoria dove emergono emozioni mai viste prima al Dupontel.

foto, Albert Dupontel, Virginie Efira“Accidenti, abbiamo fatto piangere l’idiota di Widescreen”

IL RICREATORE

Ma che il montaggio del regista si riveli un po’ più virtuoso, il suo montaggio ancora più padroneggiato del solito, non sorprende alla fine, da un artista che non ha mai smesso di scavare il proprio solco e di rifinirlo sempre. No, cosa colpisce Addio idiotiquesto è lo swing operato dal regista sul lato del puro melodramma. Un ragazzo pronto a tutto pur di farla finita, una donna che rimpiange di non poter andare oltre e un cieco chiaroveggente. Un trio che non starebbe fuori luogo in una poilade un po’ rancida, ma da cui Dupontel estrae soprattutto la linfa fatalistica, dalle piccole vessazioni ai fallimenti esistenziali.

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foto, Albert Dupontel, Virginie EfiraUno dei duetti più irresistibili immaginati da Dupontel

Certo, si ride e di buon cuore, ma gli zigomatici sono sempre lì solo per addolcire il viso dello spettatore prima di sorprenderlo con un torrente di lacrime. E per perfezionare il suo dispositivo emotivo, Dupontel utilizza un ingrediente tradizionalmente piuttosto debole nel suo cinema (o poco utilizzato): i dialoghi. Ora sono al centro del dispositivo, sia narrativo che sentimentale, di cui presuppongono sia la bellezza che il candore. E quando il creatore trasforma i manufatti tecnici della vita quotidiana in tante trappole commoventi, è meglio lasciare che siano i suoi protagonisti a mettere a nudo le loro anime.

Ricordiamo che l’ultimo tentativo del regista di affiancare il verbo finì in verbosità (Il creatore), così come le sue scariche emotive hanno avuto difficoltà a lasciar andare un’energia comunicativa, ma molto scolaretta (Bernie). Che evoluzione con questo Addio idiotiche districa il cuore e mira a quasi ogni sequenza. Un gesto plasticamente sontuoso, narrativamente realizzatoche lascia ai suoi brillanti attori la responsabilità di chiuderci su una nota di tragica fraternità.

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